Zone sismiche e doppio regime autorizzatorio negli interventi di nuova costruzione.

Uno dei (pochi) strumenti normativi di cui si dispone, ad oggi, per limitare i danni che conseguono agli eventi sismici, è sicuramente costituito dalle attività di controllo preventivo sui progetti di nuova costruzione, ovvero l’esecuzione, da parte dei Comuni, delle Regioni, e degli altri enti ed organi interessati, di opportune verifiche di compatibilità dei progetti dei nuovi edifici con le norme tecniche volte alla prevenzione del rischio sismico.

Le attività di verifica antisismica sui progetti di cui alla lettera e)dell’art. 3 del “T.U.E.” (nuova costruzione), sono tendenzialmente volte ad accertare se (e quanto) i nuovi fabbricati progettati siano in grado di resistere alle sollecitazioni meccaniche che conseguono alle scosse telluriche.

La disciplina sulle costruzioni in zone sottoposte a rischio sismico è in gran parte dettata dallo stesso T.U.E. (articoli 83 e seguenti), e, più limitatamente, da quanto resta ancora in vigore della l. n. 64 del 1976. Sussistono poi numerosissime altre disposizioni (decreti ministeriali ed interministeriali, Ordinanze, ecc.) di carattere tecnico, applicabili a seconda del grado di sismicità della zona interessata dall’intervento edilizio progettato.

Per orientarsi in questa complessa stratificazione normativa e regolamentare, è necessario tenere a mente che l’ordinamento si occupa:

  • di dettare le regole tecniche da seguire nella progettazione dei nuovi fabbricati;
  • di individuare i territori a maggiore o minore rischio sismico (nei quali dovranno essere rispettate le disposizioni tecniche più o meno stringenti);
  • di assoggettare i progetti di nuova costruzione in zone ad alto rischio sismico a regimi autorizzatori “speciali”.

Proprio l’art. 83 del T.U.E. stabilisce che gli interventi di nuova costruzione in zone sismiche devono rispettare gli standard qualitativi previsti dalle norme tecniche costruttive adottate con il decreto del Ministro per le infrastrutture e i trasporti il 14 gennaio 2008(il cui contenuto prescrittivo “minimo” è dettato dall’art. 84).

Il successivo comma 2 dell’art. 83 conferisce al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, con proprio decreto adottato di concerto con il Ministro dell’Interno, sentiti il Consiglio superiore dei lavori pubblici, il Consiglio nazionale delle ricerche e la Conferenza unificata, il potere di adottare «i criteri generali per l’individuazione delle zone sismiche e dei relativi valori differenziati del grado di sismicità da prendere a base per la determinazione delle azioni sismiche e di quant’altro specificato dalle norme tecniche». In concreto, però, i criteri in questione sono stati adottati con Ordinanza del Presidente del Consiglio del Ministri n.3274 del 20 marzo 2003 (forse sull’onda emotiva del devastante sisma che colpì le zone meridionali del Molise appena pochi mesi prima). Tale Ordinanza ha richiesto alle Regioni di procedere alla c.d. “microzonazione sismica”, ovvero alla classificazione del proprio territorio in ambiti a rischio minimo (categoria 4), medio-basso (categoria 3), medio-alto (categoria 2), molto alto (categoria 1), lasciandole libere di assoggettare o meno a prescrizioni antisismiche le zone ricomprese nella categoria 4.

La Regione Lazio, per proprio conto, ha provveduto alla “microzonazione” con la Delibera di Giunta Regionale n. 387 del 2009 (che ha suddiviso il territorio in Unità Amministrative Sismiche), e, sulla base di questa, ha poi adottato una serie di deliberazioni volte al successivo approfondimento dello studio del proprio territorio, finalizzato a censire sempre più precisamente i fattori di rischio derivanti, ad es. da faglie attive. Da questi studi, sono derivate (e deriveranno in futuro) deliberazioni volte a stabilire le prescrizioni di indirizzo rispetto alla pianificazione urbanistica di livello sovracomunale.

Questa essendo – a grandi linee – la cornice normativa, è necessario adesso chiarire che, al fine di realizzare un intervento di nuova costruzione, il soggetto interessato deve presentare al competente Sportello Unico per l’Edilizia (S.U.E., disciplinato dall’art. 5 del “Testo Unico”) una richiesta volta ad ottenere il “permesso di costruire” (artt. 10 e seguenti del medesimo “Testo Unico”).

Qualora l’area interessata dal progetto ricada in una zona classificata di rischio sismico da 1 a 3 (e qualora la Regione non abbia disposto prescrizioni anche per le zone 4), egli è anche tenuto a dare preavviso scritto allo Sportello Unico, che provvede a trasmettere copia del progetto al competente Ufficio tecnico della Regione secondo le modalità stabilite dall’art. 93 del T.U.E. Ciò significa che, fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo all’intervento edilizio (ove richiesto), nelle località sismiche non si possono iniziare lavori senza preventiva autorizzazione scritta del competente Ufficio tecnico della Regione, autorizzazione che è rilasciata entro sessanta giorni dalla richiesta e viene comunicata al Comune, subito dopo il rilascio, per i provvedimenti di sua competenza (cfr. art. 94 T.U.E.).

Da questo duplice regime autorizzatorio, costituito dal permesso di costruire e dall’autorizzazione scritta dell’Ufficio Tecnico, sono sorte, nel tempo, problematiche applicative. In altre parole, cosa succede se si ottiene il permesso di costruire prima di aver ottenuto l’autorizzazione da parte dell’Ufficio regionale? E cosa succede nell’ipotesi inversa? La giurisprudenza amministrativa è giunta ad approdi non sempre univoci. L’indirizzo più risalente (e più autorevole) afferma che, dal tenore letterale dell’art. 94 del T.U.E. «si desume l’autonomia di ciascuno dei due titoli ampliativi e la loro suscettibilità di essere rilasciati indipendentemente dall’avvenuta emissione dell’altro» (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 24 settembre 2010 n. 7128), tuttavia va facendosi strada, più di recente, un orientamento per il quale «considerato il tenore dell’art. 20, commi 3 e 5 bis, del D.P.R. n. 380 del 2001, è l’autorizzazione sismica a dover intervenire prima del rilascio del titolo edilizio» (cfr. Tar Campania, Sede di Napoli, Sez. VIII, 18 dicembre 2015 n. 5810).

Sulla scorta della circostanza per cui gli artt. 93 e 94 non si riferiscono soltanto ai lavori di nuova costruzione, ma anche alla realizzazione di riparazioni e sopraelevazioni (le quali non sempre sono subordinate al c.d. “permesso di costruire”), una recentissima pronuncia del Tar Lazio (Sez. II-bis, n. 11553 del 28 novembre 2018) ha stabilito che l’autorizzazione sismica deve essere conseguita prima dell’(ed anche a prescindere dall’) ottenimento del titolo abilitativo, qualunque esso sia.

Seguire questo ultimo orientamento comporta, come conseguenza, svuotare di significato l’art. 20, comma 1, del T.U.E., per il quale la domanda volta all’ottenimento del permesso di costruire «è accompagnata da una dichiarazione del progettista abilitato che asseveri la conformità del progetto agli strumenti urbanistici approvati ed adottati, ai regolamenti edilizi vigenti, e alle altre normative di settore aventi incidenza sulla disciplina dell’attività edilizia e, in particolare, alle norme antisismiche, di sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie, alle norme relative all’efficienza energetica». Non ha alcun senso, infatti, imporre al professionista di asseverare la conformità del progetto alle norme antisismiche pure in presenza di un titolo espresso (già necessariamente rilasciato o da rilasciarsi ad opera della Regione) di omologo contenuto.  Soprattutto, tale indirizzo si rivela del tutto in distonia rispetto a quanto è stabilito dall’art. 15 del Testo Unico: se, infatti, «il termine per l’inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno dal rilascio del [permesso di costruire];quello di ultimazione, entro il quale l’opera deve essere completata, non può superare tre anni dall’inizio dei lavori», allora non si intende per quale ragione l’“autorizzazione antisismica”, che è necessaria proprio per iniziare i lavori, non possa essere ottenuta durante il termine annuale appena sopra richiamato.

Avv. Lorenzo Baldin

Come scrivere una denuncia – querela

Come noto, la denuncia – querela costituisce l’atto personale del soggetto che, ritenendo di aver subìto un torto o di essere stato vittima di un reato, si rivolge all’Autorità competente per esporre i fatti e chiedere tutela.

Questo atto è disciplinato, nei suoi aspetti sostanziali e formali, sia da norme del codice di procedura penale come, ad esempio, l’art. 336 e successivi, sia da alcune norme del codice penale.

Nonostante non ci siano forme predefinite o sacramentali per proporre una denuncia – querela, l’ordinamento richiede – anche per garantire una tutela effettiva al querelante – che vengano integrati determinati requisiti.

In primo luogo, è necessario che all’interno della querela sia ben identificato il soggetto che la vuole sporgere; egli dovrà identificarsi in maniera chiara e univoca, e se rivolge la querela nei confronti di una persona a lui nota dovrà inserire all’interno dell’atto, non solo il nome e il cognome del soggetto, ma anche gli altri dati anagrafici volti ad identificarlo.

Inoltre, essenziale è indicare in maniera precisa i fatti che hanno spinto la persona a sporgere la denuncia – querela e, affinché il colpevole venga punito e la querela vada a buon fine, è necessario che si evinca in maniera chiara la volontà del querelante di punire il colpevole ai sensi della Legge (di solito viene impiegata una formula di questo tipo “chiedo che per i fatti sopra esposti Tizio venga punito ai sensi della Legge”).

Poiché il Magistrato della Pubblico Ministero (PM) una volta letta la nostra denuncia – querela potrà decidere o di indagare ancora e poi di esercitare l’azione penale (il che significa chiamare il querelante e il querelato in un processo di fronte ad un Giudice per capire cosa effettivamente sia successo), oppure potrà disporne l’archiviazione, sarà necessario, per essere informati sull’archiviazione, inserire lo specifico richiamo normativo contenuto nell’art 408 c.p.p.; inserendo il richiamo a tale norma saremo infatti notiziati  dell’eventuale richiesta di archiviazione e, successivamente, potremo esercitare il nostro diritto ad impugnare la richiesta stessa.

Infine, per quanto riguarda i tempi di presentazione della denuncia – querela, l’art 124 c.p. stabilisce in linea generale che questa debba essere presentata entro 3 mesi, decorrenti dal giorno della notizia del fatto di reato; il suddetto termine può essere derogato esclusivamente da altra norma di legge che preveda per quella specifica fattispecie criminosa un lasso temporale diverso. Affinchè la querela presentata non venga considerata tardiva, è quindi indispensabile rivolgersi ad un professionista il quale, dalla ricostruzione del fatto, potrà individuare il termine giusto applicabile al vostro caso.

Indubbiamente, per quanto la denuncia – querela sia un atto personale, non richiedente formule sacramentali, avere accanto un professionista come l’Avvocato nella stesura della stessa è, nella prassi, di notevole aiuto: i professionisti di Legitalia potranno aiutarvi nel corretto inquadramento del reato e delle sue eventuali circostanze aggravanti, potranno fornirvi un domicilio idoneo e sicuro per le notifiche e, soprattutto, vi aiuteranno ad essere ascoltati dall’Autorità Giudiziaria competente, garantendovi la possibilità di costituirvi parte civile nel processo per ottenere il risarcimento del danno subìto.

Dott.ssa Silvia Rugarli

Assegno di mantenimento: il tenore di vita è ancora un criterio rilevante?

Molto spesso quando una coppia decide di separarsi o di divorziare, il coniuge più debole economicamente avanza richiesta di ottenimento dell’assegno di mantenimento, la cui determinazione è affidata a criteri predefiniti.

Nonostante la definizione di tali criteri venga chiaramente fornita dall’art. 5 della legge sul divorzio, nella prassi il parametro in base al quale calcolare l’entità dell’assegno di mantenimento è di fatto coinciso, per lungo tempo, con il tenore di vita goduto durante il coniugio.

Tuttavia, nel maggio 2017, i giudici hanno ravvisato nella mancanza di autosufficienza del richiedente l’unico presupposto in forza del quale concedere l’assegno di divorzio, totalmente adombrando la rilevanza del tenore di vita; in altri termini, secondo la ricostruzione in tale sede svolta, essendo la funzione dell’assegno di mantenimento di natura assistenziale e non compensativa, la sua corresponsione non deve intendersi finalizzata a ristabilire l’equilibrio economico tra le parti in causa, ma solo ad assicurare al richiedente il necessario per poter svolgere una vita decorosa.

Se una tale impostazione fosse divenuta la regola, cui riferirsi ai fini del computo dell’assegno di mantenimento, il cambio di rotta rispetto al passato si sarebbe indubbiamente tradotto in uno svantaggio per il coniuge che, ad esempio, al fine di badare ai figli o alla casa, avesse rinunciato ad inserirsi nel mondo lavorativo.

Pericolo, questo, adeguatamente scongiurato dal tempestivo intervento delle Sezioni Unite, grazie al quale, non solo il tenore di vita goduto durante il matrimonio torna ad assumere rilevanza, ma viene anche introdotto un nuovo parametro relativo all’apporto fornito dal coniuge più debole economicamente alla conduzione del menage familiare; la novità non è di poco conto, visto che, finalmente, si riconosce dignità a tutte quelle attività endofamiliari che, pur non producendo direttamente ricchezza economica, sono state determinanti per la “costruzione” del tenore di vita goduto dalla famiglia.

Vista la complessità del problema e la necessità fin da subito di ben quantificare l’importo dell’assegno di mantenimento, il quale potrà essere modificato nel tempo solo al ricorrere di stringenti condizioni, è opportuno affidarsi il prima possibile a professionisti del settore.

Dott.ssa Flavia Conte, Ph.D.

Iva, Irpef e Irap: prescrizione quinquennale o decennale?

Sono state molte le pronunce delle Commissioni Tributarie e le opinioni espresse sul punto. Fondamentalmente, il problema si è presentato perché nel nostro ordinamento coesistono due disposizioni che, a seconda dell’interpretazione che se ne vuole ricavare, conducono a due risultati opposti rispetto all’argomento del quale stiamo trattando.
Se, difatti, da un lato abbiamo l’art. 2946 del codice civile (c.c.) che dispone che “i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni”, dall’altro dobbiamo guardare all’art. 2958 n. 4 del c.c. che introduce uno speciale regime di prescrizione quinquennale per “tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”.

Il perno della questione è, quindi, capire se IVA, IRPEF e IRAP possano rientrare tra le imposte “periodiche” e, dunque, se alle stesse sia applicabile la prescrizione quinquennale.
Legitalia ha difeso numerosi contribuenti dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Roma e Regionale del Lazio ottenendo esiti favorevoli per i Clienti con annullamento delle cartelle ricevute e pagamento delle spese legali.
Poiché la buona riuscita del ricorso dipende proprio dalla qualificazione della natura del debito, è bene affidarsi quanto prima a professionisti in materia. Ricordiamo, difatti, che c’è un termine di 60 giorni, dalla data in cui è stato notificato l’atto, per proporre l’impugnazione. Scaduto il detto termine, l’atto non sarà più direttamente impugnabile.
Sono già trascorsi i 60 giorni dal ricevimento della notifica? Non c’è da perdersi d’animo: il legislatore ha previsto rimedi adatti per regolarizzare tutte le situazioni debitorie e riconquistare la tranquillità.
Per saperne di più? Fissa un appuntamento: è gratuito!

Avv. Violetta Clementi, Ph.D.